
I piedi in testa
12 Marzo 2025
Scopri di piùNon sono mai stata una persona particolarmente flessibile e la perfetta corrispondenza tra la mia mancanza di elasticità fisica e mentale è stata per me una delle prime conferme di come il nostro modo di essere sul tappetino rifletta il nostro modo di essere nella vita. E viceversa, per fortuna: credo infatti di poter affermare senza tema di smentite che i progressi fatti in questi anni nella pratica si sono tradotti anche nei miei comportamenti quotidiani.
Ogni centimetro guadagnato dal mio corpo e dalla mia mente in allungamento, in apertura, all’indietro o in torsione è stato (ed è) il frutto di un duro lavoro, spesso doloroso e frustrante. Per questo ricordo ancora il sollievo con cui, tanti anni fa, mi ritrovai nelle parole di un anziano insegnante che, durante un workshop, descrisse Baddha Konasana (la posizione del ciabattino) come la postura simbolo della sofferenza. Quasi tutta la classe rise di quella battuta, mentre la mia vicina di tappetino restò perplessa di fronte a questa affermazione. Certo: bastava un’occhiata alla noncuranza con cui le sue ginocchia toccavano terra in Baddha Konasana, per comprendere il suo scetticismo.
La mia invidia per la sua naturale flessibilità era enorme (e poco yogica), ma con il tempo compresi che anche un eccesso di elasticità può essere un problema, perché se non si impara a controllarla si rischia di farsi male quanto e più di chi, come me, rischia di farsene se viceversa tira troppo il corpo nel tentativo di eseguire una determinata postura.
Per questo voglio proporti un lungo articolo di anatomia che ho letto sullo Yoga Journal, che descrive tutte le parti del corpo (muscoli, tendini, ossa, articolazioni…) su cui agisce la flessibilità fisica, e come lavorare per aumentarla senza fare danni. Conoscere questi elementi è fondamentale per comprendere se e quando un’eventuale rigidità sia dovuta alla propria conformazione o sia l’effetto di abitudini fisiche scorrette. Nel primo caso è giusto rispettare il confine naturale che il nostro corpo si è dato per proteggersi da possibili infortuni: si può lavorare per migliorare, ma senza forzare i limiti fisiologici. Nel secondo caso, invece, sforzarsi (e persino un po’ soffrire) per allungarsi e aprirsi progressivamente, può dare grandi benefici.
Nello yoga, scrive Fernando Pagés Ruiz nell’articolo,
In occidente, però, tendiamo a usare questo termine per indicare l’elasticità dei muscoli e delle articolazioni, una dote con cui – ci dicono gli scienziati – tutti noi nasciamo, ma che perdiamo progressivamente nel corso della vita, a causa di abitudini sedentarie, che riducono la tonicità e la mobilità del nostro corpo, ma anche della vita stessa: più avanziamo negli anni e più i tessuti si disidratano, diventando maggiormente soggetti a lesioni o infortuni.
Una pratica yoga corretta può essere di grande aiuto nel compensare i danni di una vita sedentaria o nel prevenire la perdita di flessibilità e tonicità dovuta all’invecchiamento. L’importante è affrontare le posture con gradualità e consapevolezza, senza cedere alla pigrizia, ma vigili e attenti nel cogliere i campanelli d’allarme che il nostro corpo eventualmente ci manda.