
I piedi in testa
12 Marzo 2025
Scopri di piùIl meglio è il nemico del bene.
Se aspettiamo di avere un’ora e mezza a disposizione, uno spazio ampio a sufficienza per fare Supta Konasana, il parquet, un muro libero per le verticali e poi il silenzio, la calma, la pace, il paradiso, beh, è probabile che non avremo mai l’occasione di srotolare il tappetino.
Dopo anni di Yoga e di viaggi, credo di aver finalmente imparato a trovare il tempo, lo spazio e la serenità per mettermi sul tappetino in qualsiasi situazione. Oggi voglio condividere con te questo mio “sapere” sperando possa darti la spinta di cui hai bisogno per salire sul tappetino in vacanza, e per farlo in pace con il mondo.
Quando ho chiuso la porta alle mie spalle, ho avuto un momento di esitazione: forse ero ancora in tempo per raggiungere la proprietaria dell’albergo e chiederle di cambiare la stanza, anche a costo di pagarla il doppio. Quella era troppo piccola: dove avrei srotolato il mio tappetino? Beh, a guardare bene poteva starci… magari lì, tra il frigobar, il letto e il tavolo. «Ma sì, dai: ce la posso fare», mi sono detta facendomi coraggio.
Perciò ho iniziato a disfare le valige, ho fatto una doccia, mi sono cambiata e ho messo a terra il tappetino (in viaggio io preferisco praticare a metà giornata, quando arrivo in hotel dopo un trasferimento oppure dopo una lunga giornata di esplorazione. La mattina mi piace poltrire un po’!).
Al primo saluto al Sole, il panico: impossibile allargare le braccia lateralmente, figuriamoci le gambe. Per non parlare di ponti e verticali: non avrei mai avuto il coraggio di provarci, non c’era abbastanza spazio per eventuali cadute. Non potevo farcela. Quindi ho riavvolto il tappetino, mi sono rivestita con gli abiti “normali” e ho iniziato a rimpacchettare la valigia, pronta per cambiare alloggio.
Ma poi, di nuovo, il dubbio: «Non vorrai farti notare come la solita milanese esaurita a cui non va bene niente?», mi sono detta. E poi, c’era anche quel bel parquet, molto più comodo del marmo che avevo assaggiato nell’hotel precedente, dove invece lo spazio era molto ampio, ma il pavimento durissimo e il mio tappetino da viaggio troppo sottile. Sul marmo avevo evitato di saltare e di indugiare troppo a lungo nelle posture sulla testa. Qui avrei potuto evitare, o solo accennare, tutte le posture che richiedevano uno spazio laterale extra-tappetino.
Così, ancora una volta, ho disfatto la valigia, mi sono ricambiata, ho srotolato nuovamente il tappetino. E ho iniziato a praticare, questa volta senza più tentennamenti.
Quel primo giorno ho fatto pochissimo. La vera pratica è stata prendere le misure a quella stanza minuscola e le sue numerose insidie (gli spigoli, la polvere accumulata nelle imbottiture degli arredi, il caldo infernale). Poi, un po’ alla volta, ho preso confidenza con quello spazio e giorno dopo giorno ho fatto sempre qualcosa in più, fino a concludere tutta la mia pratica, escluse le posture che richiedevano movimenti troppo ampi del corpo. Alla fine quello spazio non mi pareva più nemmeno così angusto e mi sono persino un po’ affezionata a quella sequenza leggermente modificata, che mi ha permesso di non trascurare la mia pratica e al tempo stesso di fare la cosa più yogica possibile: stare con quello che si ha.